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Eventi Passati - Orizzonte contemporaneO

Premio-orizzonte-contemporaneo

Premio Orizzonte contemporaneO

Prima Edizione 2014

 

Genere: Esposizione nazionale d’arte contemporanea

Luogo: Cascina Farsetti – Villa Doria Pamphilj, via Leone XIII, 75, Roma

Proclamazione vincitori: 15 dicembre 2014

Periodo mostra-premio: 9-17 maggio 2015

Artisti partecipanti: Roberto Morreale (vincitore primo premio); Giampiero Abate, Laura Andreuzzi, Alessandro Battistini, Salvo Bennardello, Giulia Bragaglia, Paolo Bufalini, Eduardo D'Acunzo, Luca Maria Marin, Gianni Mazzesi, Paola Paesano, Alessandro Pastore, Giuseppe Sergi, Nazareno Spinelli, Luan Zaganjori.

Patrocini: Regione Lazio

Roma Capitale - Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica

Giuria: Orizzonte contemporaneO e Art Gap Gallery

Curatore: Marina Ciangoli

Organizzazione: Orizzonte contemporaneO

 

 

Una fitta ragnatela d’intenzioni, idee, tecniche, si diramano nel ganglio artistico-culturale contemporaneo, così estremamente variegato, tale da rendere ancor più necessario che, ogni artefatto culturale, emerga dalla mistura babelica ...

 

 

Barbara-Matera_Soft-paintings

SOFT PAINTING

PER UNA DIMENSIONE TATTILE DELL'ARTE

 

 

Genere: personale d’arte contemporanea

Luogo: Art G.A.P. Gallery, Via San Francesco a Ripa, 105/a

Periodo: 21-28 Marzo 2015

Artista partecipante: Barbara Matera

Curatore: Marina Ciangoli

Organizzazione: Orizzonte contemporaneO

 

 

 

 

 

 

 

Installazioni o quadri? Le opere della serie Soft painting, ultima fatica dell’artista bolognese Barbara Matera, mantengono la loro funzione di quadro nella loro locazione tradizionale e secolare nella parete, eppure non nascono tanto con l’idea di essere guardati, ...

Franco-Cisternino-Opere

I MONELLI

 

 

Genere: personale d’arte contemporanea

Luogo: Art Gap gallery, via San Francesco a Ripa, 105/A

Periodo: 6- 12 dicembre 2014

Artisti partecipanti: Franco Cisternino

Curatore: Marina Ciangoli

Organizzazione: Orizzonte contemporaneO

 

 

 

 

 

Franco Cisternino da diversi anni, ha scelto di celebrare, con la sua peculiare grammatica pittorica, quel mondo delle “piccole cose”, laddove spesso dimora e collima lo spirito di verità, e forse a ben guardare, ne sono ingombre tutte le cose e le persone...

 

 

Filippo-Canesi-Barbara-Matera_opere

LA COSCIENZA ESPANSA

 

Genere: bipersonale d’arte contemporanea

Luogo: Casa della Cultura, via dei Gordiani 5, Roma

Periodo: 2- 12 ottobre 2014

Artisti partecipanti: Filippo Canesi, Barbara Matera

Patrocini: Regione Lazio

Roma Capitale

Curatore: Marina Ciangoli

Organizzazione: Orizzonte contemporaneO

 

 

 

 

Cos’hanno in comune l’arte e l’acqua, se non di essere una condizione primordiale?

L’immagine è la prima concezione per una struttura del linguaggio e della comunicazione, ben prima dell’invenzione della parola; allo stesso modo, l’acqua è luogo e principio della vita, è unità del mondo. Non per niente, noi stessi siamo esseri “acquatici” quando cresciamo nell’utero materno. Per un semplice caso – e forse per questo, ancor più significativo e rivelatore -, lo scultore Filippo Canesi e l’installatrice Barbara Matera, si trovano a trattare il tema dell’acqua tramite i loro distintivi codici artistici: per loro mezzo l’arte riassume il suo ruolo semioforo e di plasmatore di coscienze, capace d’intervenire come spunto di riflessione interiore e specchio dell’interiorità, nel caso di Canesi e, quale glossatore del vivere odierno, come monito di una maggiore attenzione verso ciò che ci circonda e che ci è indispensabile per la vita, nel caso di Matera.

 

La mostra dialogica La coscienza espansa, pone in essere i due caratteri degli artisti proposti, l’uno, Canesi, con una weltanschauung riflessiva; l’altra, Matera, con una poetica, si potrebbe dire da “attivista”, ma senza eccedere mai nella provocazione fine a se stessa e nel caos. Piuttosto, i due artisti, invitano lo spettatore, più o meno tacitamente e senza forzature, a concepire la propria coscienza come un sistema adattabile ed espandibile – esattamente come si comporta l’acqua -, che trova la sua dimensione più propria nell’intima spiritualità dell’essere o nella spinta verso l’interrogarsi e l’intervenire sul mondo. Così ci dimostrano, che l’arte può e deve essere uno strumento di denuncia, sia a livello interiore che sociale.

Come il corpo massimamente adattabile, quale è l’acqua, così la materia scultorea di Canesi diviene straordinariamente leggiadra e fluida sotto il suo tocco creativo. La sua arte ha in prima istanza un impatto più compassato sul sociale, nondimeno, è in grado di lavorare lentamente nel profondo, come l’acqua è capace di modellare la natura – con sistemi macro e microscopici ben più solidi e cristallini di lei -, grazie alla mistica e lirica ieraticità che contraddistingue ogni scultura di Canesi: un’acqua resa idea forgia, trasmuta, altera la materia plastica, come fosse capace d’intervenire sull’entropia di marmo e legno. Le installazioni di Matera si palesano in discorso attivo e partecipativo nel collettivo, dove l’arte trova la sua dimensione etica, nonché simbolica - ogni elemento delle sue installazioni veste una simbologia-, e non a caso utilizza materiali naturali (lana, cotone, legno...), nel momento in cui essi assumono la funzione perspicua di monito nei confronti della scellerata distruzione dell’ecosistema.

 

L’esposizione è al contempo, un’occasione di dialogo tra i codici intrinseci dell’arte - ancora oggi iniquamente etichettati come antitetici -, intesa in senso tradizionale ed etimologico di technē, propria dell’abilità e sapienza tecnico-manuale di Canesi, contro la cosiddetta morte dell’arte di cui Matera ne è esponente. Al contempo e curiosamente, i due discorsi portanti dell’arte contemporanea, con i nostri due autori, finiscono per interpolarsi, poiché le forme adottate da Canesi, così astratte e denotate, sono stilemi propri della contemporaneità, mentre, l’esecuzione pratica e artigianale delle installazioni di Matera, presuppongono una conoscenza realizzativa non solo tecnica, ma che è traccia di una lunga tradizione artigianale della lavorazione dei tessuti, di cui l’Italia è sempre stata testa di serie.

Le opere esposte nella restaurata sede della Casa della Cultura, a Villa De Sanctis, concepita come nuovo spazio aperto alle forme espressive culturali e intesa come una diramazione della cultura in tutti i luoghi della capitale, si faranno voce di un attuale sentore di rivalsa della coscienza e dell’arte, verso un tacito e distruttivo consenso durato troppo a lungo.

 

Massimo-Falsaci-opere

UN ASSORDANTE SILENZIO

 

Genere: personale d'arte contemporanea

Luogo: Cascina Farsetti - Villa Doria Pamphilj, via Leone XIII n 75, Roma.

Periodo: 10-20 luglio 2014

Artisti partecipanti: Massimo Falsaci

Patrocini: Regione Lazio

Roma Capitale - Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica

Curatore: Marina Ciangoli

Organizzazione: Orizzonte contemporaneO

 

 

 

 

“Tutte le privazioni generali sono grandi perché sono tutte terribili:

il Vuoto, l’Oscurità, la Solitudine e il Silenzio”. [Edmund Burke]

 

La mente, destabilizzata, è pervasa da un’assenza. La negazione di una condizione naturale, familiare, provoca il cedimento verso una situazione inusuale. Idee di pericolo, di dolore, d’indefinito, occupano la nostra mente con nient’altro che con l’oggetto del turbamento, perché capace di privare l’intelletto del potere di agire e congetturare. Tutto ciò che ha in seno il seme della terribilità, è fonte del Sublime. Esso previene al ragionamento.

Nella nozione burkiana di Sublime, diverse sono le categorie che ne esplicitano il senso, tutte caratteristiche che si riversano, con una potente scia, nella cultura ottocentesca, e nella crisi dell’Io novecentesca e odierna. Fra queste categorie, ve n’è una, che padroneggia la pittura di Massimo Falsaci: la privazione; e tutto ciò che è in grado di privare l’animo di qualcosa, è sublime. Negli istanti dell’osservazione, le sue opere si azzittiscono, facendoci permeare dal senso di sopraffazione dovuta ad un’assenza, e l’io viene soverchiato, stordito, annullato. L’assoluta mancanza di suono, il non riuscire a sentire, è fonte d’inquietudine e turbamento, perché non è il presupposto naturale. Interrotta la linearità della consuetudine, cadiamo immersi in un incommensurabile e assordante silenzio, e nell’angosciante, ma mai compiuta prossimità a Thanatos, i personaggi e i luoghi raffigurati da Falsaci ci guidano e ci ospitano nella sordità dell’era contemporanea. In opere quali Action, Colpevoli, Silva o Extra Moenia la fa da padrone un alienante frastuono silente, una sorta di metaforico effetto collaterale del caotico fluire della giungla metropolitana.

Il senso di perturbante fascinazione continua, nell’arte di sottrazione di Falsaci, nella riduzione di cromie – la sua è una tavolozza ridotta alla terna primaria, al bianco e al nero – e nelle scene solitarie – basti guardare l’aranciato Senza titolo del 2011 -, tali da amplificare, per paradosso, quel devastante silenzio, che pare il residuo di un eco urlato, e che racchiude il profondo messaggio della pittura di Falsaci, interrogato da una società caotica, virtuale e sorda ad una comunicazione sostanziale. Questo silenzio perpetuo, finisce per restituire un senso d’eternità: l’abbattimento del Tempo, nella nostra condizione umana di caducità e finitudine, diviene esso stesso sublime, poiché è una condizione altra da noi, espansa, nelle tele di Falsaci, dall’accecante luminosità potente quanto l’oscurità.

 

Come sede ideale e precipua, è stata scelta la prestigiosa e storica Cascina Farsetti, situata all’interno del seicentesco parco di Villa Doria Pamphilj: quadro architettonico impareggiabile nel creare il perfetto connubio tra i silenzi pittorici falsaciani e l’elegante sobrietà dell’edificio settecentesco, immerso nel verdeggiante e vasto parco della Villa; accompagnando i fruitori verso quel messaggio che ci invita a riscoprire un assetto più naturale del vivere.

Le 22 opere ospitate nella Cascina Farsetti, si faranno partecipi, in veste di saggio visivo, della sublime privazione burkiana, con esempi tratti dai cicli pittorici realizzati negli anni da Falsaci quali: Metropolitani, Ritratti, Extra Moenia e Vedute; atte a dimostrare come la storicità del luogo sia in grado di fondere ed esaltare la contemporaneità, mantenendo il continuum storico-culturale di cui Roma è incessante portavoce anche in epoca odierna.

 

 

Margherita-Saccà-Per-rifiorire

SENSI

 

 

Genere: personale d’arte contemporanea

Luogo: Urban Center, Venetico Superiore (ME)

Periodo: 9-18 agosto 2013

Artisti partecipanti: Margherita Saccà

Patrocini previsti: Comune di Venetico,

Pro Loco Venetico,

Regione Sicilia

Curatore: Marina Ciangoli

Organizzazione: Orizzonte coontemporaneO

 

 

 

 

Nulla toglie che si possa concepire l’estetica contemporaneamente nelle sue diverse accezioni, senza che queste vengano o debbano annullarsi l’un l’altra. Se si considera la sua etimologia, e la sua origine nel percorso del Sapere, allora l’estetica è semplicemente la conoscenza e la percezione del reale tramite la mediazione dei sensi. La sensorialità è il veicolo principe che conduce l’uomo verso la consapevolezza del reale. Ma come per ogni elemento culturologico, la conoscenza orizzontale prende il volo verso un sapere verticale, e dunque si verifica un’astrazione ideale in un’azione di anti-smottamento; così l’estetica, nel corso dei secoli, confluisce nella ricerca del Bello, con quel piacere che i sensi, per loro stessa conformazione, debbono soddisfare, con un conseguente e crescente piacere intellettuale che altro non è se non il culmine della significanza ideale.

 

Nell’indagine artistica di Margherita Saccà convergono entrambi i significati della disciplina estetologica, fatta di conoscenza e sfruttamento polisensoriale e di una ricerca dell’armonia delle forme e delle cromie. La stessa Saccà dichiara di ambire alla creazione di un’opera multisensoriale, di desiderare che l’astante non si limiti ad osservare le sue opere con la vista, ma che le metabolizzi e le assimili tramite tutti i sensi che si hanno a disposizione. Per Saccà la fruizione corporale e sensoriale, la ricerca della materia, viene prima del soggetto stesso. Ciò non toglie che, un passo oltre vi sia da compiere, che il Bello non sia solo una questione di forma e materia, ma anche di significato, finendo per incedere in quel piacere intellettuale che poc’azni si menzionava.

Il corpulento olio misto alle sabbie sicule, ai vetri, alle colle, si fanno portatori di messaggi, di sensi, che stanno al di sotto – o meglio ancora al di sopra – della coltre del dato fenomenologico. I mondi di Saccà sono simbolici e melanconici, rivelati in paesaggi, oggetti naturali e figure umane profondamente familiari e quotidiani in perfetta assonanza con i materiali che utilizza nella sua pittura: la sabbia della sua terra natia e i vetri frantumati raccolti nei prosaici sfasciacarrozze.

Tatto e vista sono i sensi sovrani nella ricerca artistica di Saccà, ma con l’immaginazione si può arrivare ad usare i restanti sensi, e udire lo sconquasso delle onde, il sapore salato dei frutti di mare, l’odore saturo della Sicilia.

 

Nella settecentesca sede espositiva dello Urban Center, il visitatore potrà ammirare il percorso artistico finora compiuto dalla giovane pittrice Margherita Saccà, consistente in cicli pittorici aperti, o work in progress, composti da: Profumo di mare, Il continuo inseguirsi del giorno con la notte, Particolari paesaggi e Melanconia, accompagnati da una serie di bozzetti, che a dispetto della stessa definizione, sono opere valide e concluse in se stesse.

 

 

Margherita-Saccà-opere-Chomsky_4-opere
Franco-Cisternino-opere

LEITMOTIV

Genere: collettiva

Luogo: VISIVA - la città dell'immagine, Project Room - 1° Piano, via Assisi, 117, Roma.

Periodo: 11-17 gennaio 2014

Artisti partecipanti: Filippo Canesi, Chomsky_4, Franco Cisternino, Margherita Saccà, Mario Tricomi

Curatore: Marina Ciangoli

Organizzazione: Orizzonte contemporaneO

C’è, quel motivo che diviene via via più familiare e che annuncia un qualche cosa più e più volte, la sensazione di rarefazione casuale provocata dalla prima manifestazione svanisce, e si chiarifica con la ripetizione, agganciandosi ad una cifra ben precisa e immutabile, giacché è una presenza che deve essere dichiarata con mezzi chiari che vanno al di là della verbalizzazione.

Il leitmotiv, che deriva dal mondo musicale, poi mutuato ed esteso ad altre discipline artistiche quali il cinema o la letteratura; può avere la sua valenza ed esistenza anche nelle arti visive.

Nella carriera di un artista non è difficile - anzi è pressoché certo -, che vi sia un leitmotiv che si può identificare con un segno grafico, gestuale, una tematica, una simbologia, una tecnica, un elemento compositivo, un oggetto che concorre alla microstruttura interna dell’opera. Ma il leitmotiv, ragionando su una struttura generale, è in grado di rivelare l’autore stesso.

Generalmente il leitmotiv è legato ad un personaggio specifico, è un’accordanza incessante e salda, lo scopo è appunto quello di annunciare senza bisogno di parole. Ma dove le parole non vengono adoperate, né scritte né pronunciate, cos’è che il leitmotiv introduce? Nelle arti visive i personaggi non vivono prolungati nel tempo – pensiamo ad una serie tv con le sue stagioni nuove ogni anno, o al protagonista di un film o un’opera lirica che vive, agisce, parla nell’arco di circa due ore - , il personaggio di un’opera visiva vive eternamente in un solo attimo e difficilmente si ripresenta con continuità nell’arco della produzione di un artista, cosa che invece non accade con gli elementi compositivi. Il leitmotiv “visivo” enuncia però un personaggio che è l’autore stesso, che, come tutti i personaggi, ha un potenziale di universalità e dichiara motivi che ricorrono nella poetica di ogni artista, o ancor meglio, il leitmotiv è la manifestazione della poetica stessa.

 

Ogni autore in mostra, esibirà il proprio Leitmotiv. E così, Filippo Canesi esporrà le sue ripetizioni consistenti in linee curve, superfici levigate, facendo tornare più volte il motivo dell’inarcatura iperbolica, perché la materia non vuole capitolare all’immobilità. Le striature sul marmo e i legni, denunciano la ricerca di movimento indotto che Canesi insegue fin dagli inizi della sua ricerca artistica, che è il leitmotiv principe di tutti i suoi lavori.

Il motivo ricorrente del collettivo Chomsky_4 sta innanzitutto nello stesso modus operandi, una ritualità che si fa presente ad ogni nuova creazione: un membro del gruppo inizia l’opera, e man mano, a turno, gli altri componenti del collettivo innestano il loro frammento pittorico, dando così vita ad un’unica opera, che è la risultante delle loro diverse, ma affini creatività. Leitmotiv è al contempo la gestualità tramutata in segno fitomorfo e pulsionale, commisto agli elementi pop e metropolitani.

Franco Cisternino raffigura la sua personale poetica del fanciullino riportando alla coscienza l’epoca dell’infanzia, spesso caduta in oblio in età adulta. Il bianco e nero degli infanti, nei dipinti di Cisternino, colloquia costantemente con un mondo esterno a colori, e talvolta è il colore stesso che è spalmato sulla pelle e sulla superficie del piano pittorico quasi fosse, quest’ultimo, un vetro a separare il nostro mondo e quello della rappresentazione.

L’elemento tecnico che maggiormente contraddistingue Margherita Saccà è la sabbia, più che ricorrente onnipresente, ed ha la stessa valenza e funzione della firma, dell’autoaffermazione, dell’ “io sono qui”. Le figure femminili in pose raccolte, il vetro, il vortice, l’albero spoglio, gli oggetti inanimati istoriati ad un palmo di naso, sono tutti elementi che cooperano ad enunciare la poetica di Saccà.

In Mario Tricomi il rosso ha una ripetizione costante, come anche le tematiche, anzi la tematica dell’individuo versus se stesso e la società vista nelle sue sfaccettature.

Filippo-Canesi-Tricomi-opere

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